Il giorno di terrore (che uno ha)

L'occhio di terrore
L’occhio di terrore

Come forse ben sapete io mi (auto) definisco “regista di spot televisivi”. Nel caso specifico, però, forse il termine regista è un po’ riduttivo, o forse esagerato, a seconda dei punti di vista. Mi sono sempre considerato un videomaker, o, più nobilmente film-maker, perché mi occupo in modo operativo di gran parte della produzione dei video che realizzo. Dalla regia alla fotografia al montaggio, il sound design e gli effetti speciali. In parole povere sono una sorta di tutto fare della produzione audiovisiva.

Se però dovessi definirmi in modo meno celebrativo e più onesto, credo che potrei dire che la cosa che faccio sicuramente meglio, tra tutte, è il montaggio. Mi considero, e potete anche darmi del non-modesto, un bravo montatore, non sono il più bravo che conosco, ne ho conosciuti almeno due che sono decisamente anni luce avanti a me, ma tra tutti quanti mi reputo uno di quelli più in gamba. Come per Kubrick e Lucas credo che tutto l’universo della produzione filmica e audiovisiva ruoti attorno al montaggio, il centro nevralgico della comunicazione video, il momento in cui il film (o lo sport) prende vita.

Per questo motivo credo che, nella fattispecie, i miei spot iniziano ad essere degli oggetti vedere che vidi quando iniziò il montaggio. Apro il fido Final Cut Pro X e importo tutti gli asset in modo da iniziare a guardare, fare una cernita, e metterli in fila per preparare una prima visione d’insieme. Ed è proprio in quel momento, nel primo giorno di montaggio, che mi arriva addosso il macigno più pesante.

Il terrore.

Il mio primo impatto con quello che ho girato è riassumibile così: oh mio Dio, è tutto una merda, non riuscirò mai a venirne a capo, sono spacciato!

Non sto scherzando, il primo giorno di montaggio è sinonimo di “sono spacciato”. Proprio oggi mi sono riguardato girato e primi asset di effetti speciali e ho pronunciato ad alta voce, con un’intonazione terrorizzata, “questa volta non riuscirò a farcela!

Il terrore.

Lucas diceva che il film non si finiscono, si abbandonano, perché uno potrebbe andare avanti all’infinito a lavorarci e a raffinarlo, senza mai raggiungere la perfezione. Magari non ve lo eravate mai immaginato, ma questa cosa vale per qualsiasi prodotto, e non solo per l’audiovisivo. Le cose non si finiscono, si sceglie ad un certo punto che è arrivato il giusto compromesso qualitativo in termini di risorse utilizzate. Ma qui stiamo parlando della fine di un progetto, mentre, l’argomento di oggi è quello dell’inizio, o per lo meno dell’inizio della postproduzione.

Il terrore.

Sono lì davanti al monitor e guardo quella confusa accozzaglia di clip che non ho la più pallida idea di come trasformare in un prodotto decente. E allora inizio a lavorare, come uno scultore che deve tirare fuori un David da un unico blocco di marmo: prendo lo scalpello più grosso e inizio a martellarci sopra. Nota che non mi sto paragonando a Michelangelo, eh, era per dire… Sgrossatura, limatura, prendere a calci una clip e ucciderla, tirarne fuori un’altra dal cestino. Faccio tutto quanto come se fossi in trans, perché se analizzo con occhi lucidi il prodotto che sto realizzando mi accorgo che sta venendo comunque fuori una grandissima schifezza. Il primo giorno (di terrore) è equiparabile al lavoro dell’omino che si trova presso le scuderie spagnole a Vienna: raccogliere un sacco di merda e spalarla fuori dalla pista.

Il primo giorno di montaggio le cose non hanno ancora una forma, un volto, una personalità, è un po’ come se invece di avere un insieme di ingredienti per preparare una torta avessi semplicemente una valigia piena zeppa di amminoacidi, proteine, vitamine, e altre cose così. Arrivo al termine del primo giorno di montaggio come se fossi uno zombie, cerco di non provare emozioni, perché sennò proverei soltanto terrore, paura, senso di disfatta. Il primo giorno di montaggio è come il primo giorno di dieta: ti guardi allo specchio e sei abbastanza sicuro che non solo non ce la farai mai ma continuerai a darti dell’incapace, del fallito, del malvagio ad ogni istante.

Poi, il giorno dopo, il terrore si dissolve.

In qualche modo la massa informe di clip inizia ad avere una sua struttura, un suo ritmo. Cose che prima sembravano non avere senso, accostate, montate insieme, iniziano ad rivelare una natura sottostante, un senso di unità, un senso di senso. C’è vita qua sotto.

Il secondo giorno è tutta un’altra cosa, tutto sembra avere una ragione, una sua direzione una sua dignità, una sua personalità, un suo scopo. E, finalmente, dopo la fase in cui non sai da quale parte affrontare questo problema, passi a quella in cui puoi già permetterti di migliorare, limare, perfezionare, unificare.

Il terzo giorno, durante la pausa pranzo, arriva la fatidica frase, guardi il montato e dici a te stesso ma sai che questa merda non è nemmeno tanto malaccio?

Il quarto giorno di solito inizia a fare capolino la parola “figata” da qualche parte. Inizi a pensare che, almeno questa volta, l’hai sfangata. Ce l’hai fatta, puoi andare avanti, puoi continuare, non sei più spacciato.

Correzione del colore, effetti sonori, musica, e tanti, tanti interventi in grafica al computer. Ti senti come un designer di torte che sta per presentare la sua opera in qualche trasmissione pomeridiana sui canali dedicati a chi non ha un benemerito cavolo da fare.

E il terrore svanisce, un’altra volta.

Sai benissimo che questo fottuto terrore prima o poi tornerà a tormentarti, molto probabilmente il giorno prima delle riprese o a mezzogiorno del primo giorno di montaggio. Ma alla fine sai benissimo che è tutto parte integrante dell’esperienza di esistere: è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia…

E mi piacerebbe lasciarvi con un briciolo di speranza, almeno una volta. Ma c’è solo un piccolissimo problema.

Oggi è il primo giorno di montaggio, sono fottutamente paralizzato dal terrore.

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