La recensione di Smaug

Eccomi qui, praticamente un anno dopo, a raccontarvi un’altra volta di Lo Hobbit. Oggi vi parlo del secondo film, e ve ne parlerò in modo tecnico, dato che non sono abbastanza coinvolto dal punto di vista “tolkieniano” per esprimere un parere su tutto il resto.

Grazie al mio caro amico Alessandro (è davvero sottolineo il caro amico perché sei il geek che più mi è simpatico nel raggio di 250 km) siamo andati a vedere “La desolazione di Smaug” presso il multiplex Arcadia di Melzo. Vorrei tanto decantare le lodi di codesto cinema, però non riuscirei nell’intento. Vi basti sapere che, secondo me, è la sala cinematografica più fica del mondo. Secondo me si inchiappetta bellamente anche tutti i vari Imax. Naturalmente abbiamo visto lo spettacolo in 3D e a 48 fotogrammi al secondo, O HFR come si dice tra i tecnofili del settore, dove la sigla sta per l’alta frequenza di fotogrammi.

Questa volta il 3D mi è risultato molto più naturale rispetto al già ottimo effetto che ho avuto per il primo film, soprattutto per quanto concerne i 48 fotogrammi al secondo: a parte una singola scena che si svolge in campo molto lungo all’aperto, non ho per nulla sentito l’effetto telenovela. Forse che davvero il caro amico Peter Jackson della Nuova Zelanda e il suo collega James Cameron dal Canada abbiano ragione? E sottolineo il fatto come entrambi i registi non siano prettamente statunitensi.

Nelle scene più scure sembra sempre di guardare un quadro del Caravaggio animato, con un uso delle ombre molto innaturale. Quando ho rivisto il primo film a 24 fotogrammi al secondo e in 2D su Sky questo effetto non mi era arrivato, per cui credo che sia l’apporto di due componenti: la correzione del colore (che secondo me è decisamente influente) è anche l’utilizzo del 3D a 48. Non so però spiegarmi il motivo per cui questo effetto arriva, fatto sta che arriva e, per certi versi, è molto piacevole ed in tono con il racconto epico, fantasioso e antico che questi film vogliono fornire.

Se devo trovare un difetto a questo impianto è dato dal fatto che, visto attraverso gli occhiali attivi, nei momenti di maggiore contrasto, le alte luci sembrano bruciate. E sottolineo il “sembrano”, perché se si guarda con maggiore attenzione i dettagli si vedono e non vengono persi. Non mi so spiegare nemmeno questo di motivo, ma sembra che la gamma dinamica di questo film, se proiettato in queste condizioni, sia talmente estesa da risultare poco leggibile nelle zone estreme se non ci si fa attenzione. Un po’ quello che succederebbe se guardassimo il mondo davvero con i nostri occhi e non attraverso una telecamera a 4 o 5K. Ripeto: questa cosa non si verifica quando il film viene visualizzato su Sky (e credo nemmeno il Blu-ray), devo capire se il film effettivamente viene proiettato con una profondità di bit maggiore oppure è solo un effetto degli occhiali.

Ovviamente ho provato in più di un’occasione a togliermi gli occhiali per vedere l’effetto di luce e, naturalmente, il film è effettivamente super luminoso, cosa che contrasta con il filtro opaco imposto da questa tecnologia, tecnologia di cui non potremo sicuramente sbarazzarci per almeno una decina di anni, e ho detto 10 anni
perché non voglio fare previsioni a lungo termine; però non esiste ancora nulla di plausibile, nemmeno in ambito domestico, che ci consenta di eliminare quei fastidiosi supporti per le lenti attive.

E sottolineo fastidiosi perché, secondo me, sono stati disegnati da un elfo per venire indossati da altri elfi, e per elfi intendo quelli di Babbo Natale. Sembra infatti che la montatura sia pensata per un bambino e, dunque, l’apertura per il naso è davvero troppo piccola. Non sono stato l’unico a lamentare questa cosa: tutti quelli della compagnia con cui siamo andati a vedere il film alla fine delle tre ore di proiezione hanno urlato al dolore sul setto nasale!

Insomma: tecnicamente molto interessante ma decisamente faticoso…

Vabbè, ma qualcuno adesso potrebbe chiedermi: “ma almeno il film ti è piaciuto?” E a questa domanda sinceramente… Non ho idea di cosa rispondere. Non mi è dispiaciuto, però continuo a considerare questi film girate su saghe, come la precedente trilogia del Signore degli anelli, come prodotti che se presi singolarmente hanno ben poco senso.

Il livello di tensione di questo film è molto elevato, anche se non è frenetico come un viaggio sulle montagne russe, però si mantiene piuttosto alto. Non c’è però un vero e proprio climax, non c’è una divisione in tre atti o in quattro atti: è un susseguirsi di eventi che rispecchia decisamente bene la struttura narrativa letteraria, ma molto meno efficacemente quella di un film. I fanatici di Tolkien e di Peter Jackson potrebbero contestarmi il fatto che questi film vanno visti tutti di seguito, in un’orgia consumistica di 10-12 ore consecutive. E questa cosa mi può anche andare bene, solo che, per la mia (scarsa) sensibilità, probabilmente non sono ancora pronto ad un film che dura mezza giornata, dove per giornata intendo le 24 ore.

È un film in cui succedono un sacco di cose, ma non c’è una cosa più intensa delle altre, anche se la battaglia finale contro il drago è piuttosto “forte”. Il momento più bello del film, secondo me, però, si verifica quasi all’inizio, quando Bilbo, con un parallelo molto forte con quello che accade nel film “La compagnia dell’anello”, si fa prendere (dal) male del proprio anello. “Proprio” per modo di dire, naturalmente. Nel primo film de “il Signore degli anelli” c’è una scena in cui Bilbo si trasforma in un demone perché vorrebbe tenere in mano ancora l’anello, ed è un giusta proiezione di quello che invece succede in questo film, quando per qualche istante l’anello gli viene sottratto.

Ho trovato la recitazione piuttosto buona e il doppiaggio straordinariamente accettabile, dove la parola “accettabile”, è probabilmente il massimo dei voti che si può dare alla versione non originale. Il doppiatore di Smaug, Luca Ward, fa un grandissimo lavoro, l’unico problema è che è un doppiatore troppo inflazionato (un po’ come Pino Insegno per Aragorn) per cui è difficile non avere quel sentore di “già presente nel tessuto della mia esistenza”.

Superflui (per non dire inutili) i cameo lunghi come un treno merci transiberiano di Legolas e dell’altra elfiga per cui si sente bello barzotto. Togliendo questi due personaggi il film stava sicuramente in piedi e non credo che avrei sentito la mancanza del subplot “prenderei Evangeline Lilly e me la porterei in un’isola deserta“.

Le musiche le ho trovate sotto tono, soprattutto dopo il bel lavoro che era stato fatto nel film precedente con il tema principale (tra l’altro cantato dai nani nel trailer, una cosa che mi stava facendo allontanare dalla sala cinematografica): sembra di assistere con le orecchie al tappeto che può essere presente nella sala d’aspetto di un dentista alla moda. Per quanto un dentista possa essere di moda.

Insomma, per tirare le somme direi un film che i fan di Tolkien nell’interpretazione di Peter Jackson non possono che apprezzare e che apprezzeranno sempre di più man mano che lo riguarderanno. Per noi comuni mortali direi che si tratta di un film da vedere, ma che avrebbe potuto benissimo durare un’ora in meno, come il precedente. Ma probabilmente sono io che non capisco un benemerito…

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