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Io sono io.

Le frasi fatte

Avete presente tutte quelle belle frasi più o meno fatte che trovate sui vari social network, in forma di fotografia che può essere utilizzata facilmente da qualche bimbo minchia a quarant’anni?

Quelle frasi che ti dicono qualcosa del genere: “ci sarà sempre qualcuno che ti dirà cosa puoi fare o non puoi fare, tu tira dritto e cerca di essere te stesso!

Ogni volta che qualcuno utilizza una di queste immagini create ad hoc per accalappiare qualche like, un po’ di buon senso muore nell’universo.

Perché, non c’è bisogno che ve lo dica un cretino come me: quando l’entropia sarà massima, quando la vita nel cosmo cesserà di esistere, ad una temperatura di poco superiore allo 0°K, quella brodaglia di atomi che risulterà sarà essenzialmente il frutto della nostra ignoranza, della nostra sufficienza, del nostro “non c’ho sbatti” che alla fine avrà prevalso.

Ma senza andare troppo lontano, senza allontanarci dalla mia tesi, e devo ammettere che è purtroppo (o per fortuna?) vero: c’è sempre un sacco di gente che ti dice cosa devi fare e cosa non devi fare, cosa puoi essere e quale strada sarebbe meglio che tu scegliessi di non percorrere.

Spesse volentieri a pronunciare queste frasi sono quelli che parrebbero “aver capito tutto dalla vita”, cosa che invidio loro moltissimo.

Io della vita non ho ancora capito un benemerito cavolo.

E se sto scrivendo queste sparuta righe in questo blog dimenticato da Dio e dalla maggior parte degli uomini, il fatto che non abbia capito niente è sottolineato tre volte ed evidenziato in giallo limone.

E, devo dire, spesso e volentieri, gente che comunque stimo e rispetto (no, diciamo che stimo ma non rispetto), mi suggerisce cosa dovrei essere e cosa dovrei sforzarmi di non essere.

E la parte razionale di me, non mi duole nemmeno troppo a metterlo, dà loro tutte le ragioni del caso.

Domande

Alex, sei dove avresti voluto essere a 42 anni?

No.

Ma la risposta così è incompleta: perché sono in un altro posto in cui non mi sarei mai aspettato di stare.

Meglio o peggio?

Non ne ho la più pallida idea, ho solo una vita, e non posso paragonarla con altre che non ho vissuto.

Comunque avete presente quando c’è qualcuno che li conosci appena, riguarda, e in pochi secondi sentenzia “Alex, tu si che vai bene!“?

Ecco, a me non succede: perché è ben chiaro che io “non vado bene”.

 

Tu si che non vai bene

Non perché sia propriamente un disadattato, semplicemente perché, nonostante tutto, mi ostino a voler fare delle cose che non ci si dovrebbe o non ci si potrebbe più aspettare da una persona della mia età.

Attenzione, poi qualcuno si potrebbe scandalizzare o pensare che sono pazzo, visto che c’è la possibilità che anche qualche mio cliente legga queste righe.

La realtà è che la lettura è squisitamente potenziale perché nessuno legge più niente, è molto più facile trovare qualcuno che scrive piuttosto che qualcuno che legge.

Il cosiddetto web 2.0, i contenuti generati dagli utenti, hanno generato così tanti contenuti che non ci sono più utenti che ne fruiscono, ergo: posso annegare la mia verità in un mare di cazzate che nessuno percepirà mai.

La verità è che a me piace imparare a fare cose nuove, e questo fa di me una persona giovane, con tutti i pro e i contro.

I pro sono il fatto che mi mantengo giovane ed è importante perché quando si invecchia ci si annoia e si muore un po’.

Il contro è che quando sei giovane la gente ha un approccio che punta allo scompenso di relazione, tendenzialmente si pone sopra di te.

To do list

Ci sono tre cose che so fare abbastanza bene: fare il regista (e non me ne frega un benemerito cazzo se qualcuno afferma il contrario, su questa cosa sono sicuro già di mio); fare il montatore (di questa me ne frega ancora meno perché sono ancora più sicuro); fare effetti visivi (qui gli standard di Hollywood sono molto più elevati, ma devo dire che riesco a trovare soluzioni creative e visuali insieme).

Ecco: oggi non è concepibile che ci sia qualcuno che sappia fare queste tre cose: scegli, una sola, non hai più di una possibilità.

Senza considerare che nella mia vita precedente sono stato uno sviluppatore di software, per cui mi scrivo anche i tool che mi consentono di essere ancor più produttivo e preciso.

Quattro persone, quattro personalità, quattro professionalità.

Come i quattro moschettieri, che erano tre, tutti per uno.

Questa cosa non è concepita, e non è nemmeno concepibile, e secondo questa prassi effettivamente io sono Misfit, nel senso letterale del termine.

Insomma… Che cosa volete che io faccia? Che mi concentri su una cosa sola? Che faccia finta di essere uno solo? Che magari scelga chi impersonare di volta in volta? Che cazzo volete da me?!

Io sono io

Ma cosa è altresì più complicato dal fatto che credo, sinceramente, dal profondo di me stesso, che io mi piaccio esattamente così come sono, perché mi sa che non è che faccia poi tanto per cambiare questo status.

E potrei anche aggiungere che il passo dall’essere tenace all’essere testardo e breve, e quello dall’essere testardo all’essere un coglione e ancor più corto.

Ma insomma, alla fine io chi sono? Io sono io? E se io sono io, questo io ha un senso? Rientra nel grande disegno? Sono una strada della metropoli in cui abito, vivo, sopravvivo, respiro, annego?

Vendere, vendere, vendere!

Se avete notato tra le quattro personalità di cui parlavo manca quella più importante: il venditore.

Mi riesce bene vendere cose di altri, tendo al contrario a tagliarmi la gola da solo quando si tratta di promuovere me stesso.

Personal branding una beata fava.

Dunque?

La verità è che non ho risposte, ho solo tantissime domande, e ogni volta mi sento sempre più fesso perché le cose mi si complicano invece che semplificarsi.

Dicono che sia parte del processo di “diventare grandi”, ma di grandezza non so se si possa parlare.

È che il fatto che tutto sia così complicato, complesso, intricato, arrotolato su se stesso, non sarebbe neanche un grosso problema, se uno alla fine ci trovasse una sorta di senso, un significato.

C’è chi lo trova nella religione, chi nella famiglia, chi nel lavoro, chi nel tifo calcistico, chi nella politica, chi nel sesso.

Io provo a farlo in tutti questi ambiti, con la mia solita equazione polinomiale che assegna un qualche peso, variabile nel corso del tempo e dello stato d’animo, ad ognuna di queste voci.

Qualcuno, tanto tempo fa, disse che il senso e lo scopo della vita sono la vita stessa. L’obiettivo finale dell’esistenza e quello di perpetuare l’esistenza stessa.

Ed è una cosa che allo stesso tempo mi ha fascina e mi demoralizza.

Perché man mano che passa il tempo mi sento sempre più di assomigliare al gatto (pomone) di Schrödinger: contemporaneamente vivo e morto, bianco e nero, positivo e negativo, alfa e omega, tutto e niente.

Tutto è niente.

 

La sindrome dell’impostore

Io non credo alla sindrome dell’impostore, e se non sapete cos’è andate a cercarla su Wikipedia, probabilmente c’è un fondo di verità, ma qualcuno di più “esclamato” potrebbe asserire che si tratta di una elaborata e squisitamente architettata serie di giustificazioni.

Di giustificazioni non possono essercene più quando smetti di andare a scuola o comunque quando passi la boa dei 18 anni: alla fine non puoi più addossare la colpa delle tue debolezze alla famiglia, all’ambiente, alla sfiga.

Il grosso problema di crescere è quello di assumersi la responsabilità, soprattutto la responsabilità dei propri limiti.

Io sono io.

E mi piacerebbe poter dire di non poterci fare nulla, la realtà è che ci sto provando, Ringo, ci sto provando (se non avete capito la citazione di Ringo, allora siete un po’ meno miei amici di prima).

Io sono io.

E, porca merda, non è ancora abbastanza.

 

N.B.
Se qualcuno si chiedesse cosa c’entra la foto messa in testa… Beh, l’ho scattata io un paio di anni fa e mi ha reso quasi ricco. Quasi. Ricco.

Il mio ultimo lavoro: il booktrailer di “il regista”, di Elisabetta Cametti

Ciao a tutti, in effetti da tanto tempo che non scrivo queste parole “il mio ultimo lavoro”, non è che sia rimasto con le mani in mano, solo negli ultimi tempi ho lavorato molto sul fronte “business to business“, per cui moltissime delle cose che facevo non erano pubblicabile.

Invece oggi, finalmente, ho il piacere di presentarvi l’ultimo lavoro che ho realizzato, il booktrailer per il libro “Il regista” di Elisabetta Cametti.

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Come per gli altri booktrailer che ho realizzato (quasi sempre per lei) ho ricevuto dall’autrice una traccia ben precisa per quanto concerne il copy, ma assoluta libertà dal punto di vista dell’interpretazione visiva.

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Ho letto e riletto il copy e ogni volta che lo facevo avevo sempre più l’idea di un progetto dalla grafica molto stilizzata, essenziale, che abbandonasse i canoni di realismo e di verosimiglianza, per arrivare ad una rappresentazione più iconica dei soggetti immaginati.

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A un certo punto, ispirato da alcuni film che negli ultimi 10-15 anni hanno sfruttato il digitale per un impianto estetico particolare, stilizzato, grafico (penso a 300, a Sky Captain and the world of tomorrow e a Sin City), ho pensato di inserire tutte le ambientazioni all’interno di quello che poteva essere un fumetto, una graphic Novel, qualcosa che potesse rappresentare con pochissimi tratti, con la più pura essenzialità, l’azione.

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Ed ecco allora l’idea: virare ogni azione al bianco e nero, sfruttando un contrasto elevatissimo eventualmente separando un solo colore, quello più consono alla comunicazione e visualizzare ogni scena come se fosse un quadro animato.

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Ma bando alle ciance, guardatevi questo trailer (ovviamente se ingrandite l’immagine a pieno schermo ne godrete di più…):

Mi sono reso conto che, al momento di dettare queste cose a Siri, ogni singola inquadratura di questo booktrailer ha dentro di sé una storia e una sua filosofia, che la rende, in maniera molto megalomane, già piacevole di suo, ma ben inserita nel contesto.

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Lasciatemi dire: secondo me c’è una gran bella regia in questo progetto, in questo prodotto.

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Ho deciso allora di scrivere un articolo per ogni inquadratura di questo booktrailer, raccontando della genesi e come si inserisce nel flusso narrativo del video stesso.

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Vi lascio allora con alcune immagini “dietro le quinte” (anche se si può parlare così anche di cose digitali?) e vi rimando i prossimi giorni nei quali, insieme alle #bignette, vi lustro come sono state realizzate tutte queste scene.

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Non è scattato l’applauso, ma me lo merito (citando il capolavoro di Antonio albanese).

Io sono qui

Ciao a tutti.

Ammetto di essermi preso troppo tempo, però mi rendo conto che avevo bisogno di una piccola pausa per ragionare su quello che (mi) è successo…

Sapete, uno, ad intervalli regolari, si pone degli obiettivi, e cerca di valutare nel tempo come e in quale misura questi obiettivi sono stati raggiunti.

O forse non si pone nemmeno degli obiettivi, ma arrivano degli istanti in cui uno è più o meno,obbligato a fare una sorta di bilancio di quello che ha realizzato e in quale modo.

Qualche giorno fa il mio treno è arrivato ad una stazione, una di quelle più importanti, una di quelle in cui si ferma per qualche minuto in più a tirare su passeggeri e a lasciarne giù altri.

Devo riconoscere che questa sosta non è stata per niente come me l’aspettassi, non perché avessi qualche aspettativa in particolare, solo perché quello che mi ha lasciato è stata una sensazione che non avevo previsto.

Non ho tempo, non ho risorse e, soprattutto, non ho assolutamente voglia di stare qui ad elencare situazioni, fatti, personaggi…

Quello che so è che, a valle di quello che è successo, per qualche motivo che ignoro, mi sono ritrovato comunque circondato da alcune persone che, per un motivo o per l’altro, inspiegabilmente, un po’ mi vogliono bene.

Non so come sia successo, non credo nemmeno di meritarlo, anzi di questo sono particolarmente sicuro, fatto sta che sono arrivato a questo punto, e la mia vita è diversa da quella che avevo pensato dieci anni fa, ma non per questo tanto terribile o così bizzarra da farmi spaventare.

Insomma: io sono qui, spesso penso di essere solo un granello di sabbia su una spiaggia molto vasta, a volte un sassolino, un sassolino nella scarpa, qualcosa che dà fastidio, qualcosa di difficilmente sopportabile.

Ma, forse, e lo dico in senso quasi ipocrita per quello che sono, forse l’unica cosa importante che ho scritto in tutto questo zibaldone, sono semplicemente queste parole: “io sono qui”.

Io sono qui. È forse l’unica cosa che conta.

TechRadio.it 1×01

È uscita la prima ufficiale puntata del podcast TechRadio.it!

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In questo episodio parlo di video 4K, ma c’è sicuramente gente molto più in gamba di me che dice cose molto più interessanti. 🙂

Cliccate qui per abbonarvi su iTunes.

metalJoy

Ok, lo riconosco, non scrivo qui da qualche tempo. La verità è che ho un sacco di cose a metà e pochissime finite, per cui non mi va di mostrarvi dei semilavorati che sono solo dei semi.

Però penso sempre a voi Diggazini (?) e vi regalo una bella compilation, l’ho chiamata metalJoy pensando a canzoni belle pesanti ma che possono mettere allegria, da usare soprattutto quando ci si allena o si vuole accelerare un po’ in automobile.

Ovviamente con l’infrastruttura che ci piace tanto, Spotify, che così ci sentiamo tutti più onesti.

Qui la URL HTTP, mentre qui la URI per accesso diretto. Asseguitela che vi servirà nei giorni di pioggia a venire (anche se è previsto un solleone da qui a pocherrimo…).

L’ultimo abisso: showreel degli effetti visivi

Sto lavorando da qualche settimana alla post produzione degli effetti visivi de “L’ultimo abisso”, un corto di Luca Ardemagni prodotto da Leadbetter.

Questo è un piccolo showreel degli effetti digitali, con un po’ di prima e dopo…

Ovviamente c’è di mezzo anche trackFinger

Apple Horizon e la storia degli effetti visivi…

Paolo Sammartino, conduttore e creatore del podcast Apple Horizon, mi ha chiesto, per la mia consueta rubrica Audio Video & Co., di parlare del rapporto tra Mac e effetti visivi nel cinema.

Come sicuramente ben sapete non sono certamente una persona dotata del dono della sintesi, per cui ho deciso di dividere l’argomento in più puntate e di parlare delle origini del rapporto tra Apple e effetti visivi.

Se volete dare un’occhiata… Scusate, ascoltarlo, non dovete fare altro che cliccare qui.

Estetica del CMOS

Forse ve l’ho già detto, sto collaborando con una casa di produzione molto, molto particolare, alla realizzazione di un cortometraggio. Questa casa di produzione, di cui non voglio parlare perché spero che possa presentarsi da sola in qualche modo, realizza mediamente un cortometraggio al mese con la particolarità di girare tutto in uno o due giorni al massimo, e i cortometraggi arrivano a durare anche 20-25 minuti; vi lascio immaginare la complessità produttiva e lo stile delle riprese…

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Sono stato coinvolto perché amico di lunga data di un paio di loro e soprattutto perché “dispongo” di uno studio in green screen, dato che il corto su cui abbiamo lavorato si svolge tutto all’interno di una struttura militare ben precisa nella quale non si può accedere in condizioni normali.

Ogni cortometraggio che questa piccola casa di produzione realizza, è più o meno, la “versione apocrifa” di un film o di un genere. Il corto su cui ho lavorato è di genere azione militare/fantascienza/orrore. Mi sono offerto di operare non solo in qualità di responsabile degli effetti in green screen, ma anche come direttore della fotografia per le sequenze senza effetti speciali (ora che ci penso ogni sequenza hadentro almeno una composizione in green screen). Mi sono dunque dotato della mia fida Canon per girare tutte le scene.

Dato che la sceneggiatura è abbastanza inquietante e ritmata, ho scelto di lavorare su tutte le scene tenendo la camera a mano per dare maggior enfasi al nervosismo, una scelta piuttosto comune, quasi banale nel cinema d’azione di oggi.

Lavorando con una macchina fotografica invece che con una macchina da presa digitale, però, si incorre nel fastidioso problema del rolling shutter. Non sto qui a tediarvi con problematiche tecniche e tecnologiche, sappiate semplicemente che l’immagine viene scansionata dal sensore non in una botta unica ma durante la ripresa, per cui se l’immagine si muove (e dato che si tratta di cinema l’immagine si muove sempre) l’azione viene catturata in istanti diversi durante l’intervallo di tempo in cui questa scansione viene effettuata. Questo fa sì che se le riprese sono a mano questi movimenti di tutto il fotogramma si ripercuotono con un effetto “gelatina” su tutto il quadro.

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Questo tipo di artefatto, soprattutto i primi anni, mi ha sempre dato talmente tanto fastidio ed è risultato così complesso per le sequenze con effetti speciali, da farmi avere un rifiuto netto nei confronti delle riprese senza cavalletto.

Dopo un paio di anni, però, devo dire che questo tipo di estetica, assolutamente presente non tanto al cinema (loro ci hanno delle telecamere molto più performanti) quanto nei film indipendenti veri e propri, e sul canale indipendente per eccellenza, YouTube, ha iniziato ad entrarmi dentro, e non solo mi ci sono abituato, ma trovo che il nervosismo, le immagini del tutto non stabilizzate e anche l’effetto gelatina, sono entrate a fare parte del linguaggio comune.

Dunque ho girato tutte le scene che non prevedevano l’utilizzo dei green screen, in questo modo e ne sono rimasto estasiato: il montaggio risulta frenetico, di impatto, l’azione molto violenta, che è un po’ quello che volevo trasmettere.

Dirigere la fotografia non è solo illuminare, non è solo inquadrare, ma anche come e quanto si muove, anche con questi movimenti pseudocasuali, la camera. Una scelta che influenza non solo il montaggio ma anche la recitazione.

Al punto tale che le scene che ho girato con cavalletto perché dovevo poi aggiungere elementi in postproduzione in compositing, mi sono risultate del tutto aliene all’interno della scena. Ovviamente, per continuità, ho deciso di simulare il movimento di queste scene a posteriori, tra l’altro proprio tracciando spostamento e rotazione da riprese reali. Questo significa, in parole povere, che non ho utilizzato un generatore di movimento casuale all’interno del programma di compositing, ma mi sono basato su riprese reali in modo da avere una corrispondenza più o meno perfetta con quella che sarebbe stata la mano dell’operatore (nel caso specifico la mia, dato che ho tenuto sempre io la camera).

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Paradossalmente, però, dato che queste scene non hanno l’effetto gelatina, la drammaticità è inferiore, e dunque trovo un certo distacco tra le scene “vere” e quelle “simulate”. Queste scene sono sempre in campo molto largo, perché servono a mostrare la geometria della scena, mentre la maggior parte delle inquadrature montate sono dei primi piani in campo e controcampo che mostrano le reazioni emotive dei personaggi a quello che sta succedendo. Essendo inquadrature più ravvicinate, dunque con focale più lunga, il movimento è maggiore, ciononostante credo che nei totali mi manchi proprio questo effetto gelatina, che rende la ripresa più reale.

Se mai mi capiterà di rifare questo tipo di esperienza, credo che mi impegnerò a riprendere a mano anche le scene in cui devo sostituire elementi dello sfondo in compositing, come per esempio sequenze green screen, accettando magari un minimo di effetto gelatina, probabilmente ricreandolo anche sugli effetti aggiunti, in modo da mantenere questo tipo di estetica. Perché è entrata a far parte del linguaggio e, soprattutto, dato che ognuno è il centro del proprio universo, è entrata a far parte del mio linguaggio.

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Per quanto concerne il corto, non so se lo farò mai vedere, probabilmente sì perché sono un pazzo maniaco esibizionista, però si tratta di qualcosa di molto, molto distante da quella che è la mia comunicazione normale e, dunque, se lo farò, metterò tre o quattro paia di mani avanti e di chiederò di prenderlo con le adeguate pinze…

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Post scriptum: lavorare al montaggio di scene in cui abbiamo girato una, al massimo due take è davvero una sfida, ma è una sfida che mi sta piacendo tantissimo…

Post post scriptum: come potete vedere le sequenze sono tutte in 2.35:1 (2.34:1 per la precisione). Girate in 16:9 e croppate poi. Proprio da filmone ammerigano d’azione per eccellenza… 😀

Fiction (prossima ventura): L’ultimo abisso

Ebbene sì, dopo millemila anni sono tornato a lavorare su un progetto di fiction, un mediometraggio non scritto né diretto da me, in cui partecipo essenzialmente come direttore della fotografia, montatore e responsabile degli effetti speciali in greenscreen.

Diciamo che sono tornato ai cari vecchi tempi in cui facevo il folle con SKArR, ma con un paio di lustri in più e una macchina da presa in alta definizione. Oltre a qualche ruga.

Non vi anticipo niente, se non questo fotogramma. Che a me ci piace tanto.

ultimoAbisso.24pPost scriptum, lunedì pubblicherò qui il making of e un bel po’ di considerazioni sull’ultimo spot che abbiamo prodotto, state tonnati! 😀

 

 

La metafora del cuoco

Immaginate di andare una sera al ristorante, voi e il vostro (o la vostra) partner. Un ristorante di quelli un po’ più sofisticati della consueta trattoria dove “mangi e bevi a sazietà da € 9,90“. Diciamo una cosa per fare un po’ di scena, quasi un Suppakitchen.

Ordinate un piatto piuttosto particolare, uno di quelli non molto consueti, sicuramente qualcosa che non cucinereste mai da soli e, dopo una ventina di minuti, ecco apparire sulla vostra tavola. Lo mangiate, siete contenti, dopo cena tornata a casa.

Ecco, questa è una metafora di trackFinger.

Voi e la vostra compagna (con il vostro compagno, siete più utenti finali, utenti che non vedranno mai trackFinger. Il ristorante è il prodotto, ma non è trackFinger. TrackFinger è essenzialmente una pentola molto particolare, una pentola che serve espressamente a cucinare quel piatto e, al cuoco, consente di risparmiare il 75% del tempo nella preparazione della pietanza. E di prepararla il modo più mirato, delicato, cosa che non potrebbe fare senza quella pentola.

Ecco, credo che questa sia la metafora che meglio rende l’idea su cosa è trackFinger perché produce video, anzi no, più specificatamente per chi si occupa di effetti speciali digitali.

Ho usato questo paragone nell’ultima puntata di Apple Horizon, un podcast a cui partecipo da qualche settimana. Nell’ultima puntata sono stato direttamente intervistato da Paolo Sammartino, che conduce e gestisce il podcast, ed è stata una chiacchierata piuttosto interessante.

Non si è trattato, sia ben chiaro, di pubblicità: non è mia intenzione farlo in questo modo e, soprattutto, l’Italia non è un mercato che mi interessa. Abbiamo parlato, invece, di digital marketing e di comunicazione, di sviluppo e di strategia, per cui anche se non siete per niente interessati ad una pentola, potreste anche dagli un’ascoltata, perché potreste trovare degli spunti che potrebbero stuzzicare il vostro interesse.

Trovate la puntata qui. Buon ascolto.