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Techno Pillz: recensione Neewer NW800

Bella raga, inizio a scrivere anche qui che registro le puntate di Techno Pillz:

https://widget.spreaker.com/player?show_id=2003518&theme=light&playlist=false&playlist-continuous=false&autoplay=false&live-autoplay=false&chapters-image=true&episode_image_position=right&hide-logo=false&hide-likes=false&hide-comments=false&hide-sharing=false

(Chissà quanto ‘sta cosa funziona?)

BTW il link per comprare il tifone è questo:

Neewer NW-800 Professionale Studio Radiotelevisivo & Registrazione Microfono Set include (1) NW-800 Microfono a Condensatore+(1) Shock Mount+(1) Tappo Anti-vento+(1) Cavo di Alimentazione (Nero)

TrackFinger: considerazioni (obiettive (?))

TrackFinger AE è ufficialmente in vendita dal 2 gennaio, sono passati ben 17 giorni oggi. A dire la verità la prima versione di trackFinger AE è uscita intorno al 30 dicembre scorso, ma non è mai stata pubblicizzata in nessun modo dato che ci siamo accorti contenere un piccolissimo bug, che abbiamo risolto immediatamente con la versione successiva, quella, appunto, in vendita dal 2 gennaio.

Per i primi quattro-cinque giorni, potrei dire che non è successo assolutamente nulla, poi, il 7 gennaio, per qualche motivo a me ancora ignoto, il mondo si è accorto di questa applicazione. Un piccolo trafiletto su questo sito ha fatto sì che il grande sito Pro Video Coalition si accorgesse dell’app e pubblicasse un piccolo trafiletto, un articolo molto breve in cui, tra l’altro, non si capiva effettivamente di cosa si trattava. Secondo me Pro Video Coalition è effettivamente uno dei tre siti più seguiti al mondo da chi si occupa di fare postproduzione. Quel piccolo trafiletto ha fatto sì che il numero di visite al sito trackFinger.com esplodesse. Ed è esploso davvero, un valore di circa 20 volte superiore a quello del giorno precedente.

Poi, subito dopo, alcuni guru della postproduzione e, soprattutto, di Adobe After Effects, hanno guardato effettivamente il video di presentazione e hanno capito cosa fa trackFinger. E hanno iniziato ad usare twitter per farci, involontariamente, una stratosferica meravigliosa pubblicità!

Motionworks a proposito di trackFinger
Motionworks a proposito di trackFinger
Aharon Rabinowitz a proposito di trackFinger
Aharon Rabinowitz a proposito di trackFinger

Sono iniziate le vendite.

Come ho già detto le vendite sono altissime per un prodotto che non ha nemmeno una versione di prova gratuita, ma decisamente risibili nel complesso. Lo ammetto, lo ripeto, non credo che raggiungeremo mai il punto di pareggio, però devo dire di essere soddisfatto, soprattutto per un motivo: il sito e nella fattispecie il video promozionale sono serviti a fare capire al mondo che cosa fa trackFinger.

E questo significa una sola cosa: per la prima volta ho fatto pubblicità a me stesso, sono stato, contemporaneamente, produttore, prodotto, esecutore, ideatore, creativo, responsabile di marketing. E, credetemi, per quanto mi riguarda si tratta di una fatica immensa. Una bellissima scuola, in cui sto imparando ogni giorno un sacco di cose, ma in cui arrivo a sera e mi sento schiacciato da una pressa meccanica, un po’ come nel finale di Terminator.

La cosa che più mi diverte e stupisce è la quantità di amici su Facebook che mi contattano per farmi complimenti dicendomi “congratulazioni, stai avendo un grande successo!”. Mentre io, da buon contabile, faccio i conti di quanto ho investito in questo progetto e, purtroppo, quanto invece ne ricaverò… Ok, lo ammetto, il plauso di quelli che io considero i miei “eroi” sulla postproduzione mi ha fatto ringiovanire di qualche mese, però devo anche essere realista e costruttivo: in questo momento non sono solo un ragazzotto che sviluppa un’applicazione nel suo garage, sono anche un imprenditore che deve fare quadrare i conti.

trackFinger è un’applicazione verticale, molto verticale, significa che soddisfa (e molto) una fetta molto, molto sottile di pubblico. Il suo prezzo è fissato a $ 40 circa, un prezzo relativamente ragionato: se la si utilizza due-tre volte soltanto, si ripaga da sola, praticamente in un giorno solo sul set. Ma $ 40 sono una cifra enorme per quanto concerne un’applicazione su un dispositivo mobil, e forse una parte di me avrebbe preferito riuscire a pensare ad un’applicazione più orizzontale, in modo da farla pagare un dollaro soltanto. Ma a questo punto la nostra base di utenza avrebbe dovuto essere di 40 volte superiore. Non ne faccio mistero: chiunque preferirebbe vendere 400 applicazioni a $ 1 invece che 10 applicazioni a $ 40: si tratta, comunque sempre, di numeri, ma se la tua base di utenza è tanto ristretta, allora devi fare una sorta di calcolo delle opportunità. È in questo calcolo delle opportunità devi metterci dentro anche la soglia (psicologica) di sbarramento: chiunque può permettersi di “buttare via” un dollaro, probabilmente meno di un costo di un caffè, anche se nei paesi anglosassoni il caffè è qualcosa di opinabile, mentre 40 caffè iniziano a diventare più un investimento, qualcosa che deve fornire un ritorno. E notare che un investimento che restituisce un guadagno viene percepito in un modo, mentre un investimento che comporta un risparmio, comunque, viene percepito di valore molto, molto, molto inferiore…

Attenzione: tutte queste considerazioni le fa un povero disgraziato che di mestiere fa il regista e che ha studiato per diventare ingegnere informatico, non certamente qualcuno che si occupa, si intende, mastica, capisce qualcosa di economia e finanza.
trackFinger è costata tanto in termini di sviluppo, ma soprattutto in termini di “arredo”: il sito web, i tutorial, i manuali, la consulenza legale… Tutte cose che sono state un investimento in termini di “sto imparando qualcosa”. E credo che questo sia il vero motivo per cui nessuno ha sviluppato trackFinger prima di me: perché sarebbe costata troppo e di ricavi non sarebbero stati altrettanto numerosi.

Exmachina ha deciso di costruire ugualmente questo micro mondo proprio per imparare e permettere il piede, per la prima volta, in una scarpa nuova: essere clienti di noi stessi. Che è qualcosa di davvero difficile, credetemi: tanto difficile!

Due giorni fa abbiamo ricevuto la prima recensione ufficiale di trackFinger: da parte di questo sito, Premiumbeat, un sito relativamente minore ma comunque dotato di un certo seguito. Il business principale di questo sito è quello di vendere musica libera da royalty. Collateralmente hanno anche una redazione che si occupa di trattare notizie e argomenti del mondo della produzione e della postproduzione, in modo da mantenere un certo volume di traffico (e dunque anche un po’ di pubblicità). La loro recensione, devo ammetterlo, si basa sulla serie di video che ho pubblicato: non credo che abbiano mai provato effettivamente a disegnare qualcosa con un iPad e di inviarsi di dati di tracciamento; ne sono sicuro perché altrimenti avrei avuto notizia della cosa sui nostri log. Per inciso, noi non utilizziamo in nessun modo le e-mail e gli indirizzi relativi: teniamo traccia di tutto solo per motivi statistici ed essere più efficienti in caso si verificano degli errori.

Ad ogni modo la nostra campagna di marketing non è, per certi versi, nemmeno iniziata: stiamo aspettando di pubblicare la versione gratuita, che ha un sacco di limitazioni, in modo che chiunque possa provare la tecnologia sottostante e solo successivamente acquistare l’applicazione completa in caso ne abbia bisogno sul set.

Nel frattempo ieri sera ho inviato ad Apple la versione 1.1 di trackFinger (versione completa) che ha un sacco di migliorie al suo interno, è molto più veloce nel tracciamento su dispositivi ad alta risoluzione come gli iPad retina, e soprattutto, gira anche su iPhone.

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Se devo essere sincero la versione iPhone non è proprio le sette bellezze, però funziona, diciamo che io la considero come una sorta di accessorio utile ma non certamente il nucleo principale.

Tra l’altro questa versione di trackFinger cambia anche il suo nome: da trackFinger AE a trackFinger for After Effects, questo perché la mancanza delle paroline magiche “After Effects” nel nome facevano sì che non venisse trovata molto facilmente sull’App Store. Simpatica Apple e simpatici i suoi algoritmi di ricerca…

Cosa succederà da qui in avanti, sinceramente, lo ignoro. Il ciclo di vita dei trackFinger è quasi completato, manca soltanto un’ultima feature che voglio aggiungere a questo strumento, per poi, finalmente, passare oltre e pensare a qualcosa di nuovo.

Non è che trackFinger sia finita qui, anzi, lo sento come un figlio di cui mi sto occupando ogni giorno e che devo educare e fare crescere nel modo migliore possibile, però, come ho già detto, non posso permettermi di essere solo un giovane sviluppatore pieno di sogni, ma devo anche essere un imprenditore che, più o meno, deve generare del profitto dal proprio lavoro.

Bene, adesso tiriamoci su le maniche che è lunedì mattina è un’altra settimana più o meno interessante è iniziata… Buon lunedì a tutti quanti!

La recensione di Smaug

Eccomi qui, praticamente un anno dopo, a raccontarvi un’altra volta di Lo Hobbit. Oggi vi parlo del secondo film, e ve ne parlerò in modo tecnico, dato che non sono abbastanza coinvolto dal punto di vista “tolkieniano” per esprimere un parere su tutto il resto.

Grazie al mio caro amico Alessandro (è davvero sottolineo il caro amico perché sei il geek che più mi è simpatico nel raggio di 250 km) siamo andati a vedere “La desolazione di Smaug” presso il multiplex Arcadia di Melzo. Vorrei tanto decantare le lodi di codesto cinema, però non riuscirei nell’intento. Vi basti sapere che, secondo me, è la sala cinematografica più fica del mondo. Secondo me si inchiappetta bellamente anche tutti i vari Imax. Naturalmente abbiamo visto lo spettacolo in 3D e a 48 fotogrammi al secondo, O HFR come si dice tra i tecnofili del settore, dove la sigla sta per l’alta frequenza di fotogrammi.

Questa volta il 3D mi è risultato molto più naturale rispetto al già ottimo effetto che ho avuto per il primo film, soprattutto per quanto concerne i 48 fotogrammi al secondo: a parte una singola scena che si svolge in campo molto lungo all’aperto, non ho per nulla sentito l’effetto telenovela. Forse che davvero il caro amico Peter Jackson della Nuova Zelanda e il suo collega James Cameron dal Canada abbiano ragione? E sottolineo il fatto come entrambi i registi non siano prettamente statunitensi.

Nelle scene più scure sembra sempre di guardare un quadro del Caravaggio animato, con un uso delle ombre molto innaturale. Quando ho rivisto il primo film a 24 fotogrammi al secondo e in 2D su Sky questo effetto non mi era arrivato, per cui credo che sia l’apporto di due componenti: la correzione del colore (che secondo me è decisamente influente) è anche l’utilizzo del 3D a 48. Non so però spiegarmi il motivo per cui questo effetto arriva, fatto sta che arriva e, per certi versi, è molto piacevole ed in tono con il racconto epico, fantasioso e antico che questi film vogliono fornire.

Se devo trovare un difetto a questo impianto è dato dal fatto che, visto attraverso gli occhiali attivi, nei momenti di maggiore contrasto, le alte luci sembrano bruciate. E sottolineo il “sembrano”, perché se si guarda con maggiore attenzione i dettagli si vedono e non vengono persi. Non mi so spiegare nemmeno questo di motivo, ma sembra che la gamma dinamica di questo film, se proiettato in queste condizioni, sia talmente estesa da risultare poco leggibile nelle zone estreme se non ci si fa attenzione. Un po’ quello che succederebbe se guardassimo il mondo davvero con i nostri occhi e non attraverso una telecamera a 4 o 5K. Ripeto: questa cosa non si verifica quando il film viene visualizzato su Sky (e credo nemmeno il Blu-ray), devo capire se il film effettivamente viene proiettato con una profondità di bit maggiore oppure è solo un effetto degli occhiali.

Ovviamente ho provato in più di un’occasione a togliermi gli occhiali per vedere l’effetto di luce e, naturalmente, il film è effettivamente super luminoso, cosa che contrasta con il filtro opaco imposto da questa tecnologia, tecnologia di cui non potremo sicuramente sbarazzarci per almeno una decina di anni, e ho detto 10 anni
perché non voglio fare previsioni a lungo termine; però non esiste ancora nulla di plausibile, nemmeno in ambito domestico, che ci consenta di eliminare quei fastidiosi supporti per le lenti attive.

E sottolineo fastidiosi perché, secondo me, sono stati disegnati da un elfo per venire indossati da altri elfi, e per elfi intendo quelli di Babbo Natale. Sembra infatti che la montatura sia pensata per un bambino e, dunque, l’apertura per il naso è davvero troppo piccola. Non sono stato l’unico a lamentare questa cosa: tutti quelli della compagnia con cui siamo andati a vedere il film alla fine delle tre ore di proiezione hanno urlato al dolore sul setto nasale!

Insomma: tecnicamente molto interessante ma decisamente faticoso…

Vabbè, ma qualcuno adesso potrebbe chiedermi: “ma almeno il film ti è piaciuto?” E a questa domanda sinceramente… Non ho idea di cosa rispondere. Non mi è dispiaciuto, però continuo a considerare questi film girate su saghe, come la precedente trilogia del Signore degli anelli, come prodotti che se presi singolarmente hanno ben poco senso.

Il livello di tensione di questo film è molto elevato, anche se non è frenetico come un viaggio sulle montagne russe, però si mantiene piuttosto alto. Non c’è però un vero e proprio climax, non c’è una divisione in tre atti o in quattro atti: è un susseguirsi di eventi che rispecchia decisamente bene la struttura narrativa letteraria, ma molto meno efficacemente quella di un film. I fanatici di Tolkien e di Peter Jackson potrebbero contestarmi il fatto che questi film vanno visti tutti di seguito, in un’orgia consumistica di 10-12 ore consecutive. E questa cosa mi può anche andare bene, solo che, per la mia (scarsa) sensibilità, probabilmente non sono ancora pronto ad un film che dura mezza giornata, dove per giornata intendo le 24 ore.

È un film in cui succedono un sacco di cose, ma non c’è una cosa più intensa delle altre, anche se la battaglia finale contro il drago è piuttosto “forte”. Il momento più bello del film, secondo me, però, si verifica quasi all’inizio, quando Bilbo, con un parallelo molto forte con quello che accade nel film “La compagnia dell’anello”, si fa prendere (dal) male del proprio anello. “Proprio” per modo di dire, naturalmente. Nel primo film de “il Signore degli anelli” c’è una scena in cui Bilbo si trasforma in un demone perché vorrebbe tenere in mano ancora l’anello, ed è un giusta proiezione di quello che invece succede in questo film, quando per qualche istante l’anello gli viene sottratto.

Ho trovato la recitazione piuttosto buona e il doppiaggio straordinariamente accettabile, dove la parola “accettabile”, è probabilmente il massimo dei voti che si può dare alla versione non originale. Il doppiatore di Smaug, Luca Ward, fa un grandissimo lavoro, l’unico problema è che è un doppiatore troppo inflazionato (un po’ come Pino Insegno per Aragorn) per cui è difficile non avere quel sentore di “già presente nel tessuto della mia esistenza”.

Superflui (per non dire inutili) i cameo lunghi come un treno merci transiberiano di Legolas e dell’altra elfiga per cui si sente bello barzotto. Togliendo questi due personaggi il film stava sicuramente in piedi e non credo che avrei sentito la mancanza del subplot “prenderei Evangeline Lilly e me la porterei in un’isola deserta“.

Le musiche le ho trovate sotto tono, soprattutto dopo il bel lavoro che era stato fatto nel film precedente con il tema principale (tra l’altro cantato dai nani nel trailer, una cosa che mi stava facendo allontanare dalla sala cinematografica): sembra di assistere con le orecchie al tappeto che può essere presente nella sala d’aspetto di un dentista alla moda. Per quanto un dentista possa essere di moda.

Insomma, per tirare le somme direi un film che i fan di Tolkien nell’interpretazione di Peter Jackson non possono che apprezzare e che apprezzeranno sempre di più man mano che lo riguarderanno. Per noi comuni mortali direi che si tratta di un film da vedere, ma che avrebbe potuto benissimo durare un’ora in meno, come il precedente. Ma probabilmente sono io che non capisco un benemerito…