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Self publishing

Forse non ve ne siete accorti, perché sono una persona particolarmente discreta e silenziosa, ma proprio in questi giorni ho pubblicato sull’iBook Store un libro

Si tratta della raccolta delle prime 128 + 1 vignette de Il capo, che fanno capolino su questo sito almeno una volta al giorno.

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Non si tratta del primo libro che pubblico, già in passato ho provato l’esperimento con un libro di cucina, anzi un libro ironico con dentro alcune ricette.

Nel caso del libro di cucina, ab origine, si era trattato di un esperimento gratuito per provare le potenzialità e trovare un pubblico per lo stesso.

Tre anni fa, quando ho iniziato la produzione di quel libro di ricette avevo pensato seriamente ad un progetto gratuito perché era l’unico che mi sarei potuto permettere, dato che per pubblicare libri a pagamento avrei dovuto acquistare almeno un ISBN e avere la possibilità di venire retribuito mediante la tassazione degli Stati Uniti, una serie di documenti troppo complessi a cui pensare.

Nel frattempo le cose sono cambiate, e ho scoperto che chiunque, anche chi prima non avrebbe potuto, adesso può pubblicare un libro sull’iBook Store senza necessariamente dotarsi di un numero ISBN e anche la componente fiscale e finanziaria è diventata di più semplice gestione.

Così ho preso la palla al balzo e ho deciso di provarci, ovviamente cercando di minimizzare lo sforzo, lo ammetto, e ho preparato, con iBooks Author, un libro di circa 100 pagine, forse qualcosina di più, che raccoglie le prime 128 vignette che ho pubblicato su questo sito.

Avevo scelto 128 perché si tratta della settima potenza di due, e dato che il capo è un informatico, mi era sembrata un’idea piuttosto azzeccata. Peccato che la 128ª vignetta è stata divisa in due parti, e mi sarebbe dispiaciuto lasciare i lettori con un “colpo di scena” (se così si può chiamare), motivo per cui ho deciso di includere anche la vignetta successiva:

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Mi sono anche sforzato di trovare un modo di vendere il libro, sempre attraverso il canale “privilegiato” dell’iBooks Store per provare il meccanismo. Ho scritto “privilegiato” perché non è più necessario acquistare un ISBN per pubblicare, motivo per cui il prodotto editoriale non è da chiamarsi propriamente libro, ma vedremo di tralasciare questo piccolo ma non per questo del tutto trascurabile dettaglio…

Ho scelto il prezzo politico di € 0,99 perché sapevo benissimo che il pubblico non sarebbe stato ampio, in nessun modo, soprattutto perché tutto il materiale era già stato comunque pubblicato su questo sito: se proprio volete potete andare a trovarvi tutte le vignette in questione.

Diciamo che ho pensato di pubblicare questo libro un po’ come una sorta di progetto di autofinanziamento: sperando che amici, parenti, conoscenti e, infine, ascoltatori dei miei podcast, potessero in qualche modo contribuire.

Autofinanziamento perché ho deciso di investire tutti i proventi della vendita di questo libro per acquistare il plugin di e-commerce per WordPress per iniziare la vendita di PodCleaner, prodotto, invece, che potrebbe invece potermi dare qualche soddisfazione dal punto di vista del mero danaro (povero illuso, Alex).

Per adesso la mia campagna di marketing è ferma al palo: non ho ancora pensato se e in quale modo investire del tempo (più che soldi) per promuovere questo prodotto.

Ho realizzato un messaggio promozionale audio che verrà pubblicato in diversi podcast, non solo quelli a cui contribuiscono attivamente, ma anche in altri di amici, conoscenti, persone che supporto dal punto di vista tecnico.

Insomma, se non è ancora chiaro lo confesso candidamente: non ho idea di dove questa cosa andrà e di quali saranno i risultati, però adesso mi godo il fatto che ho scoperto come si fa a pubblicare e quali sono le problematiche (per esempio scoprire che la mia banca mi ha cambiato il numero IBAN senza nemmeno avvisarmi).

Se avete cliccato sul link precedente avrete scoperto che anche il mio libro di cucina, tra l’altro una versione che è ancora incompleta, è stato messo in vendita per qualche manciata di spiccioli. Perché?

La risposta è semplice: il mio libro di cucina è stato venduto, o meglio scaricato, migliaia di volte nei suoi tre anni di vita, questo perché essenzialmente era un libro gratuito ed è stato promosso in qualche modo da Apple perché era uno dei pochi libri di cucina scritto espressamente per utilizzare gli strumenti multimediali e interattivi di iBooks.

Ho deciso di mettere un prezzo, politico anche questo, più che altro per fermare l’emorragia… Non me ne vogliate, riconosco di essere una persona tremendamente avida e dunque, nella miglior tradizione, mi piacerebbe poter lucrare su ogni singola cosa che faccio.

Cosa che, regolarmente, non riesco a fare accadere mai…

Come dico sempre ai miei amici, non è necessario che compiate nulla o che nemmeno facciate un “mi piace”, se volete sostenere la Causa non dovete fare altro che condividerne e divulgarne il verbo.

In caso contrario… Amici come prima!

Credo che questa sarà l’ultima cosa che scriverò prima di Natale, se si escludono appunto le vignette de il capo, per cui approfitto dell’occasione per augurarvi delle buone feste, tanta serenità, e un (bel) po’ di meritato riposo!

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La metafora del cuoco

Immaginate di andare una sera al ristorante, voi e il vostro (o la vostra) partner. Un ristorante di quelli un po’ più sofisticati della consueta trattoria dove “mangi e bevi a sazietà da € 9,90“. Diciamo una cosa per fare un po’ di scena, quasi un Suppakitchen.

Ordinate un piatto piuttosto particolare, uno di quelli non molto consueti, sicuramente qualcosa che non cucinereste mai da soli e, dopo una ventina di minuti, ecco apparire sulla vostra tavola. Lo mangiate, siete contenti, dopo cena tornata a casa.

Ecco, questa è una metafora di trackFinger.

Voi e la vostra compagna (con il vostro compagno, siete più utenti finali, utenti che non vedranno mai trackFinger. Il ristorante è il prodotto, ma non è trackFinger. TrackFinger è essenzialmente una pentola molto particolare, una pentola che serve espressamente a cucinare quel piatto e, al cuoco, consente di risparmiare il 75% del tempo nella preparazione della pietanza. E di prepararla il modo più mirato, delicato, cosa che non potrebbe fare senza quella pentola.

Ecco, credo che questa sia la metafora che meglio rende l’idea su cosa è trackFinger perché produce video, anzi no, più specificatamente per chi si occupa di effetti speciali digitali.

Ho usato questo paragone nell’ultima puntata di Apple Horizon, un podcast a cui partecipo da qualche settimana. Nell’ultima puntata sono stato direttamente intervistato da Paolo Sammartino, che conduce e gestisce il podcast, ed è stata una chiacchierata piuttosto interessante.

Non si è trattato, sia ben chiaro, di pubblicità: non è mia intenzione farlo in questo modo e, soprattutto, l’Italia non è un mercato che mi interessa. Abbiamo parlato, invece, di digital marketing e di comunicazione, di sviluppo e di strategia, per cui anche se non siete per niente interessati ad una pentola, potreste anche dagli un’ascoltata, perché potreste trovare degli spunti che potrebbero stuzzicare il vostro interesse.

Trovate la puntata qui. Buon ascolto.

Suppakitchen: grazie per tutto il pesce

Cari amici,
prima di tutto vorrei ringraziarvi per il supporto più o meno diretto che avete dato a questo mio bislacco libro digitale sin dalle sue prime incarnazioni. È grazie a voi che ho continuato a scrivere le mie… “boiate” e costretto amici e parenti ad aiutarmi con le fotografie.
Suppakitchen però adesso deve cambiare ed evolversi in qualcosa di diverso da quello che è stato fino ad ora, per svariati motivi che però in qualche modo hanno tutti a che vedere con la piattaforma iBooks di Apple.
iBooks consente di creare titoli multimediali che non hanno praticamente nulla da invidiare ai vecchi CD-ROM, e che sono stati la mia prima fonte di guadagno quando ancora Internet era relegata ai laboratori del Cern di Ginevra e il web girava solo su computer NeXT, e se non sapete di cosa sto parlando tanto meglio. L’infrastruttura iBooks consente di aggiornare i testi e di inviare una notifica a tutti i possessori dei libri, ed è qualcosa di assolutamente unico e preziosissimo.
Però iBooks ha un sacco di altre limitazioni, prima fra tutta il fatto che gira solo su iPad. Tra poco anche su Mac, sì, ma si tratta sempre e comunque di una minoranza e di una limitazione non da poco. Questo fa si che si possa percepire in modo sbagliato il valore del libro, un po’ come se si trattasse di qualcosa per pochi eletti. Una volta una pubblicità diceva “per molti, ma non per tutti”; iBooks adesso è per pochissimi, altro che tutti.
In secondo luogo, altrettanto importante per me (attenzione: importante per me, non per il mio libro), è il fatto che una singola persona, da sola, senza il supporto di una casa editrice alle spalle, non può proprio pubblicare il proprio libro facendolo pagare, anche solo 1 euro: non solo il mercato è più ristretto, ma è anche free.
Dati questi assiomi e considerando il fatto che ho fatto leggere il mio libro a diverse teste più o meno pensanti, ho deciso di ri-impacchettare il tutto e presentare Suppakitchen con una veste nuova, più seria e più universale. E, sì, di metterlo in vendita.
Il nuovo formato è verticale, non più orizzontale, scompaiono le fotografie interattive, si basa su PDF e dunque leggibile su molte altre piattaforme e, attraverso l’infrastruttura Smashwords, sarà disponibile su una marea di negozi on-line, e anche quello di Apple.
Per ovvi motivi di serietà e sobrietà (semmai di sobrietà si possa parlare nel caso di qualcosa scritta dal sottoscritto) ho cambiato il titolo del libro, la copertina, e pubblicherò mediante uno pseudonimo. Questo perché d’ora in avanti ho deciso di tenere separare le mie varie “carriere”, perché mi sono arreso al fatto che la gente ha bisogno di incasellarti e non riesce a credere che tu possa fare due cose bene: o una o niente. Già faccio fatica ad essere contemporaneamente regista e montatore, senza considerare quando mi occupo di sound design, di visual effects, di direzione della fotografia e così via, figuriamoci se mi presento anche come uno che cucina e che scrive di cucina. Non ci crederei nemmeno io.
Per questo motivo tra qualche giorno ritirerò Suppakitchen dall’iBookStore. Se volete, fate in fretta e scaricatevi l’ultima versione.
Nel frattempo sono andato avanti a scrivere altre ricette, in modo più o meno folle e tangenziale (nel senso di tangente al mondo dell’editoria gastronomica), sono arrivato a ben 161 pagine e 23 ricette. Ho deciso che mi fermo a 200 pagine o, meglio, se arrivo a 30 ricette, sparse un po’ dappertutto nelle grandi macrocategorie: antipasti(ci), primi, secondi, dolci, e poi le aree che più mi caratterizzano, come la cucina etnica asiatica, quella tex-mex e la con/fusion in cui infilo dentro un po’ tutto quello che mi sembra non rientrare nelle scatole precedenti.
Mi sono anche affidato ad un amico che si occupa di social marketing e gli ho anche promesso una percentuale, vediamo cosa ne salta fuori: non conto di diventare ricco, a questo sogno (quello della ricchezza) ho rinunciato ai 30’s e me ne sono fatto una ragione adesso che navigo a pieno vento verso i 40. Grazie mutui subprime…
Non lo faccio per i soldi, appunto, non lo faccio per la gloria, non lo faccio nemmeno più per fare sesso, ormai sono felicemente fidanzato e prossimo ad indossare l’anello per essere nel buio incatenato, leggasi: matrimonio.
Lo faccio perché voglio capire come funziona il mercato e, magari, anche imparare un nuovo skill da aggiungere al curriculum sociale di quel Facebook travestito da gioco-per-adulti che è diventato LinkedIn.
Poi, oh, se invece divento un caso editoriale… Benedetta, ciuppa!
Grazie di tutto, vi voglio bene.
E siete tutti invitati a cena a casa mia, scegliete il giorno e il menu!

Raise de bar: fretta, qualità e aspettative

Da qualche settimana collaboro con il network di podcast Just in tech, sono stranamente invitato a parlare di tecnologia nella trasmissione, che tra l’altro va anche live, Tech Avenue. Nel mio post precedente ho scritto e pubblicato il live hangout: ero stato invitato a parlare di “Lo Hobbit” in HFR.

Justen, il deus ex machina di Just in tech, mi ha chiesto se gentilmente gli potessi preparare una sigla animata da usare come intro a tutti i podcast del network. Il logo lo si può trovare qui.

Sfortuna volesse che me l’ha chiesto in un momento di grande incasinamento tecnico e politico: ero preso da altri lavori e il mio Mac era appena morto, ho doveto fare tutto in 25 minuti, prima di uscire, e senza i miei filtri. Quello che ho prodotto è stato questo:

Non sufficiente dal mio punto di vista, ma c’era fretta di pubblicare la prima puntata e la sigla è rimasta questa.

Non ero soddisfatto, però, per cui, qualche giorno dopo, ho deciso di prendere in mano il file di After Effects e di aggiungervi anche le stelle dietro il pianeta e di utilizzare Optical Flares per tracciare una luce nello spazio 3D invece di animare a mano il lens flare. Quello che ho prodotto, in poco più di altri 20-25 minuti è questo:

Decisamente più fluido, no? Più bello.

Ah, notare che ormai tutto quello che produco per il web va fisso a 30 fps. Non solo, ma quando giro in giro con la mia fida 7D, se so che non si va in TV, punto sempre la registrazione con base NTSC. E quando qualcuno, nonostante gli chieda di girare 30, mi consegna un girato a 25… Beh, mi incazzo mica male! Se sei in ascolto, Salvation, sappi che sto parlando di te. Scherzo: sei un Maestro per me! 😉

Beh, abbiamo parlato di fretta e di qualità. Avevamo parlato di questo anche tanto, tanto tempo fa, agli albori di Video DiggaZ Xtra DarK, vi ricordate?

Tempo. Soldi. Qualità.

Qui di $oldi non si parla perché è un progetto assolutamente no-profit-for-ever, ma di tempo e qualità sì. E credo che avevamo parlato di qualcosa del genere anche qui, ricordate? Tra l’altro uno degli articoli più letto di questo blog.

Ora… La seconda sigla a me piace. Non è niente di ché, non mi farà certo vincere un premio come miglio MG artist dell’anno, anzi, però svolge il suo scopo e nell’ottica di una produzione off-off-off-the-record direi che siamo abbastanza allineati, no? Senza infamia e senza lode, qualcuno potrebbe dire.

Voi sapete che però io collaboro, anzi, sono parte integrante di IPN, vero? Tutto questo, Video DiggaZ e i relativi videopodcast, È Italian Podcast Network. Mentre in Just in tech collaboro, in IPN sono parte integrante dello staff core. In Tech avenue sono un ospite, in IPN sono in padrone di casa, più o meno. Diciamo il fratello del padrone di casa, dai.

IPN per me ha una valenza diversa, in IPN sono un responsabile dei contenuti e delle linee editoriali. E anche in IPN, al di là di Video DigggaZ, ho realizzato una sigla, questa:

Anche questa senza infamia e senza lode, un richiamo ai film degli anni ’80 (o era lo spot degli “effetti speciali e colori ultravivaci”?), realizzata con una camera 3D in After Effects e Particular. Una cosa semplice, anche un po’ tamarra, non credete? Ma funziona e nessuno si è lamentato della resa grafica.

Però per IPN sto lavorando a diversi progetti, e non penso solo a questo, Suppakitchen, che invece ha la necessità di essere volutamente grezzo:

Ci sono anche progetti più ricchi, più complessi, che necessitano di una maggiore attenzione e una ricerca qualitativa che non può scendere sotto certi livelli.

È il motivo per cui sono tre mesi che non esce una puntata nuova di Video DiggaZ, ed è la stesso motivo per il quale alcuni progetti mi bloccano, perché so che per raggiungere un certo livello qualitativo, il livello minimo che mi sono prefisso, il lavoro da fare è troppo, troppo per me da solo, troppo complesso per poter venire affrontato nelle pause, nei ritagli di tempo, prima di andare a dormire o, come domenica per la sigla di Tech avenue, 20 minuti prima di uscire di casa per andare a vedere “Vita di Pi” (e sul quale dovremmo aprire un altro dibattito più interessante… Vi basti sapere che Tigre batte Gollum 1 a 0, IMHO).

Insomma: ci sono cose che vanno fatte bene, altrimenti non le si fa. Altrimenti non le si deve fuckin’ fare.

Ora… Sto collaborando, in modo più o meno ad cazzum ad un nuovo podcast di IPN. Non credo che sarò coinvolto ogni volta come collaboratore, ma sto collaborando. Ho realizzato una prima versione del logo, che sicuramente mi casseranno da qui a qualche settimana. E ho pensato ad una versione animata (“video”) del logo, una cosa che prevederebbe di effettuare riprese in studio, davanti ad un greenscreen, con anche un attore o comunque qualcuno che vi si possa prestare.

Livello di fattibilità della cosa: zero.

Niente di impossibile, certo, ma allo stesso modo niente di fattibile con le scarse risorse di cui dispongo. Nota che per “scarse risorse di cui dispongo” intendo dire quella faccia da cazzo che vedo la mattina allo specchio quando mi faccio la barba.

Ed è un casino quando si setta la barra così in alto, quando le proprie aspettative dal proprio lavoro sono più alte di quello che tu ti puoi permettere di concederti. È un casino, è un peccato, e ti lascia un senso di (auto) castrazione mica male.

E voi come diamine fate? Come fate a chiedere a voi stessi meno di quello che vi chiedereste se non foste voi? Come fate a farvi degli sconti da soli? Come fate ad accettare un lavoro che non esprima, non dico il 100%, ma almeno il 90% del vostro potenziale?

Sono gradite risposte nei commenti. Grazie. 🙂

Suppakitchen: un altro video

Ebbene sì, non ho tempo di scrivere qui ma mi metto (a 90) a girare dei video, montandoli velocerrimamente in Final Cut Pro X, per poi elargirli al mondo, insieme alla mia immane stupidità.

Qui trovate la mia seconda ricetta, il Filetto all’urbinillo (se non sapete cos’è andatevi a leggere il mio libro), girato per l’occasione da Stefano Paganini, e dalla di lui moglie, con la mia fida 7D e, udite-udite, anche con una simpaticherrima GoPro Hero 3 (white), che si è dimostrata più che adatterrima al video di cucina.

Che dire? Non ridete troppo. O troppo poco…

Suppakitchen

In parallelo a Video DiggaZ, visto che ho un sacco di tempo da buttare dato che non faccio un benemerito cavolo tutto il giorno, per chi non lo sapesse, sto scrivendo un libro di cucina, Da Suppakitcken o’ AlexCì!, un eBook, anzi, un iBook che si può trovare solo sull’iBookstore e leggere solo sull’iPad.

Detto questo uno potrebbe anche dire “e a me che diamine me ne frega?”. Effettivamente… Però a supporto di questo libro folle sto iniziando a registrare alcuni video, puntate di un non-format che ancora deve trovare la sua collocazione più precisa.

Quello che vedete qui di seguito è il primo video che abbiamo realizzato, a casa di Simone Pizzi, che teneva volutamente maldestramente male la camera in mano, con Michela De Paola come assistente (?) e Marco “il distruggitore” alla fonia:

Montato in meno tempo di quanto ci abbiamo messo a girarlo, con i titoli standard di FCPX, è per adesso solo un esperimento. Vedremo poi di creare un po’ di stile grafico e di uniformarlo.

Così, perché non c’avevamo niente da fare…